Caro Torquato,
fossi brava a sedurre come lo sono a spiegare la Gerusalemme liberata, non c’ è dubbio sarei la nuova Angelina Jolie. Ci sono due espressioni di Skellington che non dimenticherò mai: una è quella spaventata e stanca dell’ ultima volta che l’ ho visto ma l’ altra, la seconda è quella di meraviglia e stupore che ho visto espandersi sul suo volto quando sono riuscita a fargli afferrare la tua poetica. Eravamo seduti sui divanetti rossi del bar, appena dopo pranzo. Lui aveva la testa appoggiata a un braccio, diceva che il poema lo annoiava. Io gesticolavo con la solita enfasi: quando gli ho spiegato il tormento esistenziale ma anche erotico che scorre sotterraneo in alcuni canti, con il poema alla mano, a momenti cadeva giù dalla sedia. Ha commentato dicendo che gli ho aperto un mondo, e mi ha guardata. Non per sminuire la tua opera ma credo che in quel momento davanti ai suoi occhi non siano scorse solo le immagini di cavalli, campi di battaglia e guerrieri insanguinati. Mi è sembrato che per un attimo avesse visto me. E non nella veste di maestrina dalla penna rossa, ti assicuro. In ogni caso le cose sono andate com’ è noto che sono andate e la vita continua un po’ come la tua, sospesa tra il desiderio di approvazione da parte di chi ci circonda e la volontà di autoaffermazione. E’ difficile mantenere una tensione proficua tra questi due poli. A volte rischia di degenerare in sforzi immani che degenerano nella catastrofe un po’ come la tua divorante ansia di perfezione ha fatto degenerare l’ edizione della Gerusalemma liberata del 1581 nella conquistata del 1585. Si fa del proprio meglio al fine di non tracimare, cerco di non isolarmi e di non farmi prendere troppo la mano dall’ aggressività. Ma se capita, qualche volta, ci provo ad avere fiducia nel fatto che gli altri non mi etichettino come l’ errore umano.
A lezione, qualche settimana fa ci hanno rispiegato la struttura narrativa di un film. Sotto certi aspetti, l’ evoluzione dei personaggi non si discosta troppo da quella di un Rinaldo, di un Tancredi o di un Goffredo. Solo che il professore ce l’ ha esposta in modo così schematico da apparire quasi buffo. All’ interno di un processo articolato in dieci fasi il protagonista attraversa due scontri significativi con i propri limiti di cui uno si colloca alla fase sette, con esito negativo e una profonda entrata in crisi. Ecco, io mi trovo esattamente lì: ho dato il massimo, ho lavorato molto su me stessa, non ho ripetuto le stesse ingenuità che ho commesso ai tempi dell’ Innominabile. Eppure Skellington è sparito pure lui. E adesso è crisi nera, il punto dieci, dove il protagonista supera davvero i suoi limiti non riesco nemmeno a immaginarmelo. Perché dipende anche dalla reazione di un ipotetico *altro* che sono troppo stanca per immaginare. Mi ripetono spesso che Skellington non è il mondo, e hanno ragione. Ma quanto vorrei che lo fosse. Del mondo, se è il caso, uno se ne sbatte. Si tratta solo di facce indistinte. Ma di qualcuno che hai amato no, è impossibile fregarsene, sul serio, intendo. E’ ovvio che a esclamare : “ Non me ne frega un kazzo di X!” non ci vuole niente. Un altro ragionamento inoppugnabile, beninteso, che mi sento ripetere spesso da più parti è che va bene Skellington non se l’ è sentita di affrontare una storia con me per la mia malattia e questo l’ ha mandato in crisi, però non è che l’ ho deciso io di essere così quindi non posso sentirmi responsabile se lui sta male. ” Non puoi farti carico di tutti i mali del mondo “.
Ho preso il suggerimento alla lettera ho ricominciato a bere Cocacola ormai da qualche mese. Addirittura sono andata da Mc Donald’s anche se ad ogni morso di hamburger sento schiantarsi al suolo gli alberi della foresta amazzonica.
Con affetto,